mercoledì 16 novembre 2011

Ragazzi sbandati (o adulti dormienti?)

Questo post è dedicato ai “ragazzi difficili”.

I ragazzi difficili sono quelli che mettono in risalto la malattia dell’umanità. Maggiore è il loro numero, maggiore è la gravità di tale malattia. Loro esprimono il disagio, ma la malattia è nostra.

Mettiamoci in azione. Loro non aspettano altro.
Chiedono che ci si liberi da ipocrisie e idee castranti.
Molti adolescenti mi dicono che vedono intorno a sé la follia dei “grandi” e sentono l’anima scalpitare dal desiderio di dire la propria. La maggior parte, però, tace, perché la giovane età li rende, agli occhi del saggio adulto, persone che ancora non sanno vivere nel modo giusto, che devono ancora apprendere come ci si comporta, cosa bisogna dire, addirittura cosa è lecito pensare, provare, desiderare.
Apriamo gli occhi!
Vogliono parlare d’Amore, ma il saggio adulto fa fatica a rintracciarne il valore all’interno di se stesso.
Vogliono parlare di come vivono il fare l’Amore e il saggio adulto si imbarazza.
Vogliono parlare del desiderio di modificare lo status quo, di oltrepassare i limiti, di conoscere lo sconosciuto, ma il saggio adulto blocca la conversazione sul nascere.
La maggior parte di loro finisce con il considerarci gente che non li comprende e che, spesso, li sottovaluta. Si rinchiudono, pertanto, in un mondo a parte, che nella realtà è molto distante da quello che i grandi pensano. Svegliamoci!
Se non permettiamo loro di scoprire la vita, se li facciamo sentire in colpa per ciò che provano o desiderano, se annientiamo le loro richieste sul nascere, poi non dobbiamo stupirci se a 18 anni prendono extacy o si fanno di mescalina per ritrovare ciò che noi abbiamo represso.
Incominciamo con il riconoscere che i ragazzi, soprattutto quelli “difficili”, possiedono energia vitale preziosissima, in quantità illimitata, da cui possiamo attingere per la nostra stessa evoluzione. Dopo di che, permettiamo loro di esprimersi, di lasciarsi andare, di non temere i nostri giudizi. Consentiamo loro di ammettere che hanno conosciuto l’altro sesso, senza condannarli, e parliamo con loro di Amore, di energia sessuale e delle sue manifestazioni. Lasciamo che ci svelino le loro infinite emozioni senza collocarle in qualche illusoria categoria mentale, ma godendo della preziosa condivisione.
Sono tornati a casa sbronzi a 14 anni? Prima di recluderli in casa per i successivi dieci anni, proviamo ad indagare sul perché amano lo stato di ebbrezza. Probabilmente scopriremo che piacciono le sensazioni di disinibizione, sicurezza in se stessi e la possibilità di osare che si sperimentano con l’alcool.
Riflettiamoci. Non abbiamo tutti voglia di sentirci più sicuri di noi, più disinibiti, di avere il coraggio di esporci? E’ su questo che dobbiamo lavorare!
Le motivazioni che portano a sperimentare ciò che per il genitore o il Prof è sbagliato (quando la finiremo di dividere tutto in giusto e sbagliato?), a mio parere, sono indice di dinamismo, coraggio, intelligenza.
Non intendo essere fraintesa: considero le motivazioni dietro l’atto, e non l’atto in sé, ad essere indice di qualità “frizzanti”. E, ribadisco, è sulle motivazioni che dobbiamo lavorare.
E’ dannoso reprimere la manifestazione di alcune esigenze senza neanche aver compreso quali siano!
Li abbiamo “beccati” fare uso di droghe? Prima di prendere provvedimenti, ascoltiamo cosa è stato vissuto nello stato di coscienza alterato. Sicuramente il sentirsi un tutt’Uno con gli altri, il provare felicità incondizionata, il percepire il pensiero dell’amico o l’instaurare una comunicazione empatica con il partner sono stati effetti graditi. Di nuovo, è su questi aspetti che dobbiamo lavorare.
Se noi stessi non sappiamo da che parte cominciare, non significa che io stia dicendo stupidaggini. Prima di tutto, ammettiamo la nostra eventuale incapacità, poi proviamo a “lavorarci su”… Scopriremo che siamo i primi a desiderare la felicità incondizionata, a volerci sentire tutt’Uno con il mondo, a voler essere più percettivi ed intuitivi. Se noi lavoriamo su questi aspetti, poi saremo maggiormente in grado di comprendere il ragazzo “sbandato” e soprattutto, saremo in grado di lavorare davvero con lui e non contro di lui.
E’ perfettamente sano volersi sentire liberi, disinibiti, sicuri, empatici, percettivi, gioiosi.
E’ perfettamente sano desiderare conoscere l’altro sesso, il suo corpo, le sue emozioni.
E’ perfettamente sana la tentazione di spingersi al limite delle proprie possibilità: serve a prendere coscienza di sé, delle proprie attitudini e qualità.
Quello che noi possiamo fare per i ragazzi, problematici e non, è aiutarli a comprendere come canalizzare queste “spinte”. Si tratta di “spinte” fortemente creative, che possono essere dirette verso opere eccezionali.
Aiutiamoli ad essere ciò che sono e a manifestare la loro vocazione: spesso gli atteggiamenti che il saggio adulto crede essere educativi,  sono, in realtà, repressivi/costrittivi. Agiamo in buona fede, ma seppelliamo pezzi di loro che loro stessi faranno fatica a ritrovare.



In pratica, cosa possiamo fare di davvero utile noi nuovi genitori e/o nuovi Prof?

1) Lavoriamo noi, su di noi

2) Re-impariamo ad amare noi stessi (abbiamo smesso di farlo durante la crescita, per timore di essere giudicati narcisisti o egoisti): loro copieranno.

3) Cerchiamo di rimanere aperti. A tutto.

4) Non scappiamo dalle domande tabù. Rispondiamo con più onestà possibile e senza inutili moralismi.

5) Accantoniamo la paura di sbagliare. Facciamo semplicemente del nostro meglio, con più amore possibile.

6) Non neghiamo mai il contatto fisico. Se hanno bisogno di un abbraccio, una carezza, una pacca sulla spalla, un bacio, diamoglieli. Non è offrendo loro contatto che perdiamo autorità. La perdiamo, invece, mentendo o negando la nostra presenza.

7) Non impediamo loro di avvicinarsi agli altri: conoscere l’altro implica sperimentare se stessi.

8) Diciamo loro di non perdere mai il legame con le loro parti più profonde.

9) Lasciamoli ballare, cantare, ridere, dipingere, scrivere, giocare a loro piacimento. Le nostre “dritte”, spesso, sono inutili o, peggio, limitanti.

10) Perdoniamoli e insegneremo loro a perdonarsi (liberandoli da un pesante bagaglio emozionale).

11) Ricordiamoci, sempre, che siamo delle guide e non abbiamo nessun diritto su di loro.

12) Lasciamoli scegliere liberamente gli studi, gli sport da praticare, i partner, gli amici, gli hobbies.

13) Non giudichiamoli mai.

14) Insegniamo loro a lavorare su di loro.

In questo modo li aiutiamo a responsabilizzarsi, a diventare veri artefici della loro vita, ad essere autonomi, non frustrati e non manipolabili.
N.B. Nel caso in cui lo abbiamo già iniziato, noi nuovi Prof non dobbiamo mai abbandonare il lavoro su di noi: tutti i traguardi interiori da noi raggiunti vengono loro trasmessi.
Trasmissione viene prima che formazione.
Se non è stato iniziato nessun lavoro su di sé… E’ ora di iniziarlo.

(Per comprendere cosa significa “lavorare su di sé” consiglio di leggere i libri di Salvatore Brizzi).

venerdì 11 novembre 2011

Sabbia Rossa


Sabbia Rossa.
Animata.
Vive, pulsa, si muove.
Maschere nere, sporche, logore, spesso la nascondono.
Guarda meglio, Lei è ovunque.
Ci sono amanti dietro quelle armature.
Ci sono petali ardenti dietro quegli scudi.
La Sabbia Rossa è lì, proprio lì, di fronte.
Notte e giorno lei sorride, eccitata.
Sentine l’odore, è pungente da far impazzire.
Sentine il richiamo: arriva ad urlare per manifestarsi.
Non c’è necessità di tintura. E’ già rossa.
Ed è infuocata. 

sabato 5 novembre 2011

ScolasticaMente parlando - parte 2

Qualcuno, riferendosi al post “Scolasticamente parlando - parte 1”, che consiglio di leggere prima di questo, potrebbe domandarsi in cosa consista il problema della formazione degli alunni esclusivamente sul piano mentale. In fin dei conti, gli insegnanti sono già abbastanza stressati e ci manca solo che si occupino di ulteriori aspetti dello sviluppo di certi adolescenti maleducati e ribelli.  A questo qualcuno, io rispondo che il lavoro di colui che mi diverto a chiamare “Nuovo Prof” non verrebbe modificato in quantità, ma in qualità.
Comunque, prima di approfondire il tema “quantità/qualità” (cosa che farò più avanti), vorrei far notare un particolare non proprio trascurabile: il sistema scuola crede di adempiere al proprio dovere formando delle Menti (in questa visione il lavoro su altri piani spetta alla famiglia o, magari, agli psicologi); la famiglia è convinta che il fatto che i ragazzi portino avanti un percorso scolastico, soprattutto se accompagnato da elevato profitto, rappresenti una condizione sufficiente per la loro crescita; la società attribuisce al complesso scuola-famiglia il compito di educare/formare/trasmettere. Alla fine nessuno fa niente di nuovo e il risultato è che gli adulti creano (a loro immagine e somiglianza) dei ragazzi che non hanno strumenti per guardarsi dentro e che, diversamente dalle certezze dei ragazzi stessi, non hanno imparato ad esercitare il libero arbitrio.

N.B: Neurofisiologi, psicologi, filosofi, antropologi, psichiatri, psicoanalisti danno definizioni di “mente” con sfumature differenti a seconda della corrente disciplinare a cui appartengono; qui per Mente intendo esclusivamente l’entità che fa capo all’organo “cervello”, che permette all’umano di ragionare, pensare, memorizzare, calcolare, ricordare, giudicare ecc.

Cosa può fare colui che intende diventare Nuovo Prof? Prima di tutto deve comprendere e accettare (bisogna fare appello ad una buona dose di umiltà) che è lui stesso, in primis, a dover iniziare un cammino di crescita personale.
Se si vuole educare all’auto-conoscenza, bisogna conoscersi.
Se si vuole educare all’auto-osservazione, bisogna osservarsi.
Se si vuole aiutare a sviluppare spirito critico, bisogna aver acquisito un vero spirito critico.
Se si vuole insegnare a lavorare con le emozioni, bisogna aver lavorato con le proprie.
Se si vuole avviare l’alunno ad una sana relazione con i compagni, bisogna aver instaurato una sana relazione con la classe.

Non si può insegnare qualcosa che non si conosce profondamente.

Si può forse insegnare matematica senza averla mai studiata? O a suonare uno strumento che non si è mai toccato? O la tecnica di una disciplina sportiva a cui non si sono dedicate ore ed ore del proprio tempo?

A voi la risposta.

giovedì 27 ottobre 2011

ScolasticaMente parlando - parte 1

La scuola è una realtà che mi sta a Cuore da molto tempo…
Chiudo gli occhi, provo a visualizzarmi negli abiti di “Prof” e non posso fare a meno di domandarmi quale ruolo vorrei avere all’interno del contesto scolastico.

Concentriamoci sull’entità “SCUOLA”: quali dovrebbero essere le sue funzioni? Ne elenco alcune, secondo il mio parere:

  • Accompagnare nello sviluppo di abilità logiche, matematiche, linguistiche, letterarie ecc.
  • Fornire informazioni utili alla comprensione di sé, del mondo e della realtà storico-sociale-culturale-tecnologica in cui si vive.
  • Educare all’auto-osservazione, all’auto-conoscenza e a “fraternizzare” con le proprie emozioni, qualunque esse siano.
  • Aiutare a tenere sveglia la coscienza e favorire il suo divenire sempre più vivida.
  • Favorire l’acquisizione di spirito critico.
  • Insegnare a gestirsi e relazionarsi in gruppo e a saper esprimere se stessi all’interno di esso.
  • Affrontare le tematiche “tabù”: sesso, droga, trasgressione, ribellione (dedicherò un post solo per questo tema).
  • Stimolare la conoscenza del proprio corpo.

Mi rendo conto di quanti siano i punti elencati e di quanto, attualmente, sia difficile per gli insegnanti occuparsi anche solo di uno di essi. A mio modo di vedere, l’attuale organizzazione scolastica non consente di lavorare al meglio e la stessa impreparazione dei "prof" nei confronti di alcuni aspetti esistenziali non è certo di aiuto.
Comunque, al di là di tutto, osservo la realtà dei fatti e mi domando quali funzioni scritte sopra vengano, in verità, espletate. Io credo che, nella migliore delle ipotesi, salvo rare eccezioni, alla fine della terza media vengano raggiunti i traguardi dei primi due punti; gli altri, spesso, non vengono neanche presi in considerazione. Quali “realtà umane”, pertanto, si vengono a creare? Principalmente due:

1) Il sacco pieno: l’alunno ha immagazzinato una serie di dati (più meno utili), acquisito un bagaglio nozionistico e sviluppato diverse abilità cognitive.
L’alunno non sa cosa sia l’auto-osservazione, non distingue se stesso dalle sue emozioni, forse non ha mai sentito parlare di coscienza, la relazione con l’altro è conflittuale e giudicante, il gruppo è luogo dove nascondersi e non dove esprimersi, lo spirito critico ha deciso di cambiar casa, parole come “sesso”, “droga”, “trasgressione” hanno acquistato significati che solo lui conosce.

2) Il sacco vuoto: l’hard disk dell’alunno non è stato riempito perché egli si è rifiutato. In compenso, in seguito alle ripetute basse valutazioni scolastiche, ha acquistato un senso di svalutazione di sé (che in questa società è molto utile!).
L’alunno non sa cosa sia l’auto-osservazione, non distingue se stesso dalle sue emozioni, forse non ha mai sentito parlare di coscienza, la  relazione con l’altro è conflittuale e giudicante, il gruppo è luogo dove nascondersi e non dove esprimersi, lo spirito critico ha deciso di cambiar casa, parole come “sesso”, “droga”, “trasgressione” hanno acquistato significati che solo lui conosce.

A questo punto Sacco Pieno e Sacco Vuoto sono pronti per la scuola superiore.

Angela

giovedì 20 ottobre 2011

Il Pianeta Azzurro

Una donna anziana era in Acqua con me. Cercava di affrontare i suoi timori nei confronti dell'ambiente liquido che, quando si è inesperti e titubanti, fa sentire sospesi in un disequilibrio disarmante. 
Provavo tenerezza per le sue paure e un profondo desiderio di trasformare le sue ansie in gioia. Percepivo la sua fragilità, il bisogno di appoggio, la necessità di essere supportata fisicamente e psicologicamente. 
Ho ascoltato.
...
L'ho guardata, tenuta per mano, massaggiata e invitata all'abbandono. 
...
Un grande successo. Viso in Acqua ed esperienza del galleggiamento. 
Io non ho fatto nulla: è stata lei e solo lei l'artefice della sua riuscita. Io l'ho solo accompagnata
Cosa è successo? Ho sentito la sua potenza, ho creduto in essa e le ho permesso di esprimerla. Dietro la fragilità, la paura, l'ansia, l'insicurezza, si celava una Donna forte, sensibile, disponibile all'ascolto e al contatto fisico.

Quando vogliamo aiutare qualcuno, o insegnargli qualcosa,  è necessario prima di tutto tentare di afferrarne le doti interiori, piuttosto che le abilità esteriori acquisite. Consentendo ad esse di manifestarsi, le imprese che sembrano titaniche ed improbabili risultano semplici e possibili.

martedì 18 ottobre 2011